Camille Thomas
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Thu 16.04.2620:00
OSI al LAC
LAC, Lugano
Thu 16.04.2620:00
OSI al LAC
LAC, Lugano
Program
Alberto Ginastera
(1916 – 1983)
Estancia op. 8a danze dal balletto (1941)
I. Los trabajadores agricolas (I braccianti)
II. Danza del trigo (Danza del grano)
III. Los peones de hacienda (I guardiani del bestiame)
IV. Danza final (Malambo) (Danza finale)
Edward Elgar
(1857 – 1934)
Concerto per violoncello e orchestra in mi minore op. 85 (1919)
I. Adagio. Moderato
II. Lento. Allegro molto
III. Adagio
IV. Allegro. Moderato. Allegro, ma non troppo
Antonín Dvořák
(1841 – 1904)
Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88 (1889)
I. Allegro con brio
II. Adagio
III. Allegretto grazioso
IV. Allegro, ma non troppo
Concerto diffuso in diretta radiofonica su RSI Rete Due (rsi.ch/rete-due)
Il biglietto di questo concerto vale come titolo di trasporto valido nella data del concerto indicata in tale biglietto, quale carta giornaliera Arcobaleno, tutte le zone, in seconda classe (2.)(TK)(V).
Alberto Ginastera
Estancia op. 8a danze dal balletto
Prima esecuzione: Buenos Aires, Teatro Colón, 1943
Pampa e gauchos nella creazione di uno stile di balletto all’americana.
Edward Elgar
Concerto per violoncello e orchestra in mi minore op. 85
Prima esecuzione: Londra, Queen's Hall, 27 ottobre 1919. Direttore Edward Elgar, solista Felix Salmond
Le amarezze della Grande Guerra nel concerto reso celebre da Jacqueline du Pré.
Antonín Dvořák
Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88
Prima esecuzione: Praga, Národní Divadlo (Teatro Nazionale), 2 febbraio 1890. Direttore Antonín Dvořák
L’ottimismo sereno di Dvořák, tra influenza brahmsiana e pittura sonora.
Dal violoncello la voce più intima e umana
Caro pubblico,
è con grande gioia che stasera faccio il mio debutto con l’Orchestra della Svizzera italiana, qui nella città di Lugano, e con il Maestro Joseph Bastian: in pratica un triplice debutto!
C’è sempre qualcosa di profondamente commovente nei primi incontri: un senso di attesa, di scoperta, quasi di vertigine e, soprattutto, una gioia profonda nel condividere la musica.
Il Concerto per violoncello in mi minore di Edward Elgar è senza dubbio una delle opere più intime mai scritte per questo strumento. Composto nel 1919, all’indomani della Prima guerra mondiale, riflette un profondo senso di perdita e disillusione, come se un intero mondo fosse cambiato in modo irreversibile.
Il secondo movimento, con la sua fugace leggerezza, mi ricorda sempre l’atmosfera magica del Sogno di una notte di mezza estate di Felix Mendelssohn: un fragile soffio di luce, all’interno di un’opera altrimenti segnata da gravità e introspezione.
Elgar compose questo concerto in un periodo di lutto personale, mentre la salute di sua moglie Alice stava peggiorando. Nelle pagine finali, percepisco qualcosa di profondamente personale, quasi un addio: la musica sembra staccarsi dalla terra, elevarsi e dissolversi, come se trasportasse nell’aria le ultime parole di un amore. Per me questi momenti finali sono tra i più strazianti e più belli mai scritti per il violoncello e mi sembrano, per molti versi, come se fossero dedicati a lei.
Un concerto che mi commuove per ciò che rappresenta: un'opera tardiva ridotta alla sua essenza, alla ricerca della verità. In compositori quali Robert Schumann, Frédéric Chopin, nello stesso Elgar è sorprendente come, alla fine della loro vita, essi si rivolgano alla voce del violoncello: come se, nelle loro ultime pagine, solo questo strumento potesse trasmettere qualcosa di così intimo, così umano, così vicino all’ultimo respiro.
Sono particolarmente grata di poter condividere questo momento con voi stasera.
Camille Thomas
Mondi lontani, tra malinconia e ottimismo
È al primo periodo della carriera di Alberto Ginastera, il più importante compositore argentino del ‘900, che si deve attribuire Estancia (la parola indica l’equivalente del ranch nordamericano): in quegli anni di “nazionalismo oggettivo” (definizione dello stesso Ginastera) l’ispirazione veniva dall’Argentina stessa, sia per la sua eredità precolombiana che per l’aspetto geografico, le pianure sconfinate delle pampas. Questo è evidente già nell’op. 1 del suo catalogo, il balletto Panambí, basato su leggende degli indiani Guaraní, e poi in Estancia, altro balletto commissionato nel 1941 dall’American Ballet Caravan di Lincoln Kirstein, che voleva far nascere una tradizione americana lontana dal modello russo: purtroppo, però, la compagnia si sciolse poco dopo e la prima esecuzione del lavoro dovette aspettare fino al 1952. Nel frattempo Ginastera aveva tratto dalla partitura una suite da concerto di quattro danze, che venne eseguita al Colón di Buenos Aires nel 1943 e fu il primo, grande successo del compositore. Il balletto racconta la vita di un ragazzo di città che scopre che la vita nella estancia è dura, e non avrà possibilità di conquistare la ragazza di campagna di cui si è innamorato se non si mostra virile come i gauchos stessi. Tra le quattro danze, particolarmente interessante è il furioso finale Malambo, che prende il titolo dalla danza che per Ginastera è l’essenza stessa della pampa, e che rappresenta la competizione tra gauchos nel suo movimento costante in sei ottavi.
Il Concerto per violoncello di Elgar è legato invece al folgorante ricordo di Jacqueline du Pré, la grande solista britannica morta nel 1987 a soli 42 anni di sclerosi multipla: lei lo riportò in repertorio, lei ne realizzò un’incisione ancora oggi considerata di riferimento. Perché in effetti l’ultimo grande lavoro di Elgar, realizzato prima della riduzione dell’attività creativa seguita alla morte della moglie, alla prima del 1919 -- sul podio lo stesso compositore, solista l’amico Felix Salmond -- non fu un gran successo, anche per le poche prove svolte: o forse perché questa pagina, intrisa delle amarezze e delle disillusioni dell’ultrasessantenne Elgar, in cattiva salute e finanziariamente insicuro, mal si confaceva al desiderio di rinascita dopo la Grande Guerra («Sono più solo e in balia delle circostanze che mai» disse. «Tutto ciò che è buono, bello, pulito, fresco e dolce è lontano, e non tornerà mai più»). Sono segni che notiamo nell’orchestrazione essenziale, spostata verso i registri acuto e grave, per lasciare spazio, al centro, alla solitaria, melanconica voce del violoncello; e nelle strutture concise che racchiudono i materiali musicali, a partire dal “gesto” iniziale del solista, assertivo ma cupo, che ritorna brevemente nel secondo movimento e anche alla fine del Concerto, contrastando nettamente con il tema principale, austero e slanciato, del movimento vero e proprio, eseguito solo dalle viole.
Il campione dell’ottimistica Inghilterra edoardiana, l’autore delle marce Pomp and Circumstances e della musica cerimoniale, sembra ora non riconoscersi più nel mondo frammentato postbellico: e tutto il fascino di questo estremo capolavoro sta proprio nell’equilibrio tra dramma e intimità, tra cri du coeur e elegia (come nell’Adagio, una sorta di canzone in cui il dolore si cristallizza).
L’Ottava sinfonia di Dvořák nasce il 2 febbraio 1890 a Praga, sotto la direzione dell’autore, ed è dedicata “all’accademia boema dell’imperatore Francesco Giuseppe per il supporto alle arti e alla letteratura, ringraziando per la mia elezione”: tra i lavori più noti del suo autore, è forse priva dell’approfondimento formale e dell’innovazione della precedente sinfonia, ma è pervasa da un’atmosfera serena e consolante, la stessa del villaggio di Vysoká u Příbramě in cui viene composta, e dove il compositore passa le estati dedicandosi ad una sua passione: l’allevamento di piccioni. Fa parte del filone “pastorale” di Dvořák, quello del canto stupefatto della meraviglia provata dall’uomo davanti alla natura ed è influenzata, nel carattere, dalla musica popolare, nel suo frequente alternarsi di tonalità maggiori e minori (a partire dalla frase iniziale, quella in cui sembra di sentire Dvořák stesso che incomincia a raccontare la Sinfonia dall'antefatto). Come nota Sergio Sablich, se Brahms era il riferimento consueto di Dvořák, il riferimento in questa Ottava è Schubert, per la “tendenza a indugiare in sospensioni evocative”: e tra reminiscenze della marcia funebre dell’Eroica, il sognante tema di valzer del terzo tempo che ricorda le Danze ungheresi di Brahms stesso e la tumultuosa, vitalistica eruzione dell’ultimo tempo, si capisce perché il compositore ceco scrisse di sé «io sono non soltanto un musicista, sono un poeta».
Nicola Cattò
Joseph
Bastian
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Role
Direttore
Camille
Thomas
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Role
Violoncello